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Interview: «In vetta al mondo grazie all'Italia»
Enrico Girardi, Corriere della Sera, 3 January 2003
Image: Florez in 'Il cappello di paglia di Firenze'
Peruviano, ventinovenne, il tenore è da molti considerato il «numero uno» a livello internazionale.

Juan Diego Florez: solo voi vi lamentate, la patria della lirica è qui.

Juan Diego Florez non ha ancora 30 anni ed è ormai di casa alla Scala, a Vienna, a Londra, Parigi e New York. Ha inciso solo un disco come solista (arie rossiniane con Chailly e l'Orchestra Verdi) e un secondo è in uscita (arie di Bellini e Donizetti sempre con la Verdi) ma per molti addetti ai lavori, dopo il trionfo ottenuto l'estate scorsa debuttando a Salisburgo, si può già considerare il numero uno al mondo, in fatto di tenori. Non per niente ha vinto più premi di un veterano. Gli ha fatto particolarmente piacere l'ultimo, della rivista L'opera . Ricevendolo, una sera al Teatro Dal Verme di Milano, un mese fa, ha cantato la celebre aria «dei 9 do» da La figlia del reggimento di Donizetti: è micidiale, quell'aria, ma alla prima richiesta di bis i «do» sono diventati 18, con la facilità di sempre, nel tripudio del pubblico.
Eppure lei è nato 29 anni fa a Lima, in Perù, dove forse la massima
aspirazione dei ragazzi non è quella di sfondare nei teatri d'opera ...

«E' vero. Non c'è una tradizione musicale paragonabile a quella europea.
Però mio padre cantava con naturale eleganza le musica popolare costeña
(della costa). Poi il Perù ha prodotto due tenori di vaglia come Luigi Alva
ed Ernesto Palacio: questi mi ha fatto studiare negli Stati Uniti e
perfezionare in Italia, e ancora oggi mi assiste come manager e
consigliere».

Ma tra la musica popolare e Rossini che c'è in mezzo?

«Ho cantato musica leggera, pop, rock, anche per guadagnare qualcosa. Poi al
Conservatorio ho scoperto Haydn, Händel, Mozart, Bach: un altro mondo. Un
giorno ho visto il video del Barbiere di Siviglia diretto da Abbado, con
Alva che sosteneva la parte di Almaviva. Non avevo mai visto un'opera: ne
fui folgorato».

Poi è arrivato in Italia.

«In Italia ho debuttato, nel 1994, tenore in una incisione del Tutore
burlato di Martin y Soler. Poi c'è stato un altro disco, musica di
Zingarelli, che mi è valso l'ammissione all'Accademia di Pesaro. Da lì al
Rossini Opera Festival il passo è stato breve».

E subito dopo ha deciso di vivere qui, rinunciando persino alla cerimonia di conferimento della laurea, conseguita nel frattempo negli Stati Uniti, a
Philadelphia.

«E dove mai dovrebbe vivere un tenore che ama Rossini, Donizetti e Bellini?
In Italia si sta magnificamente: soltanto voi italiani vi lamentate sempre.
Nonostante i problemi, la vita musicale è ricchissima. Ed è pieno di artisti
di valore. Poi, scusate l'ovvietà, ci sono belle donne, si mangia bene e il
calcio è di alto livello, anche se da interista sono costretto a soffrire».

I suoi pregi sono noti: sa scegliere il repertorio senza avventurarsi in
territori non adatti alla sua vocalità, possiede naturalmente eleganza,
fraseggio, agilità, estensione, intonazione. Ma cosa le permette di esibire
una dizione così nitida?

«E' un fatto di tecnica. In gergo diciamo che bisogna cantare "avanti",
articolando le sillabe nella parte anteriore dell'apparato fonatorio. Molti
cantanti faticano perché, al contrario, cantano "dietro" e l'articolazione
va a farsi benedire. Corelli, per esempio, per grande che fosse, faceva
così. E ho cercato di non seguirne l'esempio. Le donne in questo senso sono
meno favorite anatomicamente; per loro è quasi inevitabile far leva su altre
parti del loro apparato fonatorio, che stanno più in basso. Nel petto».

Quali sono i suoi modelli?

«Ho imparato molto ascoltando i dischi di Pavarotti e di Kraus, due voci
"italiane", non artefatte. Non cantano mai "di testa", come gli inglesi e i
tedeschi».

Da quali direttori d'orchestra ha imparato di più?

«Muti, Gatti, Chailly».

E da quali registi è rimasto più impressionato? Che ne pensa del cosiddetto «teatro di regia»?

«Se non c'è conflitto col libretto mi va bene. Mi spiace che in Italia se ne
faccia poco e si privilegi la tradizione vecchia. Tra gli italiani,
comunque, stimo molto Pizzi e Ronconi».

Il suo repertorio sarà sempre questo o ha in mente incursioni in altri
territori?

«Voglio cantare ancora molto Rossini, Donizetti e Bellini, ma non escludo i
francesi del periodo di Auber e Boieldieu, né escludo Mozart o il Settecento
napoletano».

Scusi l'indiscrezione. Ma ha ragion d'essere la fama da dongiovanni che la precede nei teatri d'opera?

«Voi italiani dite: "fatti la fama e siediti". Da noi suona così: "fatti la
fama e mettiti a letto" e, dato l'argomento, mi sembra più pertinente il proverbio peruviano».

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This page was last updated on: January 8, 2003